R. FORGES DAVANZATI       "Consigli ai Pittori"

    Come tutti i consigli può essere rifiutatissimo. Ma come tutti i consigli è dato egualmente. Pochi giorni fa il Segretario del Partito ha assegnato un premio di 50 mila lire alla migliore opera di pittura o di scultura che si ispiri a fatti e figura della fondazione dei Fasci di Combattimento.
    Sono passati dieci anni da quella fondazione, che ha i suoi antecedenti nella trincea, da Corridoni alla trincea delle Frasche a Ruggero Timeus, dal bersagliere Mussolini al maggiore Giacomo Venezian; che ha i suoi fatti di singoli, i suoi moti di schiere, le sue esaltazioni di masse. Ma in quei dieci anni all'infuori di una iconografia e di una scenografia di pessimi mestieranti fatta per il commercio, e giustamente deplorata dagli artisti, i tentativi per segnare. Anche nel bianco e nero, gli avvenimenti di cui ogni giorno più sentiamo la grandezza, sono stati scarsissimi, isolati, come dispersi.
    Nel Littoriale di Bologna vedremo la statua equestre del Duce del Graziosi di cui, di quanto si possa giudicare da fotografie, non abbiamo compreso il gonfio di un mantello su quella che sarebbe stata la semplice linea del busto chiuso nella Camicia Nera. Ma che cosa abbiamo veduto in pittura ? Ora gli artisti, i quali meritatamente si indignano dell'arte filistea che ha ancora il privilegio di decorare i nostri Ministeri (anche quelli da qualche mese inaugurati) con tutta la brutta simbologia del Littorio; che hanno, e con ragione, urlato di orrore nel vedere un certo quadro della Marcia su Roma, anch'esso appeso a pareti ufficiali, e certe fantasie di nudi, di Littorii, di aste. di cavalli adunate con lo stesso spirito di arte massonica che celebrava i saturnali della libertà popputa e democratica; debbono tuttavia domandarsi quanta sia la loro responsabilità nel continuare, in questi dieci anni, dopo la guerra, dopo l'impresa fiumana, dopo l'avvento del Fascismo a darci le bagnanti, i paesaggetti stato d'animo, i tipi umani astratti ed isolati, le mele, le boccie d'acqua, i colorismi rutilanti e strettamente decorativi. Non diciamo che questo debba essere bandito o debba cessare, ma diciamo che il divorzio tra l'arte e la vita e la storia del nostro tempo non è responsabilità solo dei mestieranti astuti che accaparrano l'una e l'altra con la complicità di una piatta mentalità ufficiale e borghese; ma anche degli artisti che si tengono lontano dall'una e dall'altra, in un disdegno che giunge fino al parossismo estetico del proprio personalismo, e che poi, a lungo andare, confessa l'impotenza artistica del cimentarsi con la vita e con la storia. Bisogna quindi cimentarsi e guardare con occhi nuovi agli avvenimenti che ci circondano.
    Hanno, per esempio, gli artisti guardato, anche attraverso le riproduzioni dei giornali, i vari momenti della Firma del Trattato e del Concordato nel Palazzo Laterano ? Hanno cercato le fotografie, di cui alcune, sopratutto quelle meno precise e più segnate nel contrasto di luce e di ombra, sui visi dei partecipanti, danno l'immediata sensazione di quella che sarebbe una interpretazione artistica di disegno e di colore ? Pensano gli artisti, dopo aver veduto questi documenti fugaci, di recarsi nel salone dei Papi, e sentirne la vastità superba, secolare, e sentire anche che quei partecipanti intorno a quel tavolo sono gli esecutori di un momento grandissimo ? Hanno visto la fotografia del Duce di fronte, severo, quadrato, con le mani giunte, mentre il Cardinal Gasparri in porpora sottoscrive il documento ? Pensano gli artisti di ispirarsi a questa grandezza, per lasciarne il segno su pareti, che vivano agli occhi dei nostri figli e delle generazioni avvenire ? Hanno visto gli artisti il Papa in San Pietro ? Il Papa benedicente con ambo le mani dalla Loggia ? Hanno visto anche, nell'aridità fotografica dell'istantanea, si sente in quel gesto da quella loggia sorretta dai superbi mensoloni, che esso scende, in un'ora solenne, su una moltitudine immensa e acclamante che si indovina anche se non si vede effigiata ?
    Non desiderano, almeno alcuni, di uscire più che dal chiuso dei loro studi, dal chiuso del loro soggettivismo, rispettabile, ma del quale, a lungo andare potremmo del tutto disinteressarci, e avvicinarsi a questa vita così piena di storia e di fede, che stiamo vivendo, e che ci appare bella e solenne e commovente anche nello schematismo fotografico e cinematografico ? Per l'individualismo anarchico, individualistico di una società meccanica, avida del lusso e del piacere isolato, può continuare anche un'arte decorativa, astratta, soggettivistica, destinata alla gelidità critica e cronistoria delle Gallerie di Arte Moderna, o alla preziosità o alle mode delle case private, sole destinazioni superstiti.
    Ma per la Società Fascista, che è società Nazionale, della Nazione Italia; ma per lo Stato Fascista, Stato educatore, missionario, che vuole l'arte, dalla letteratura alla musica alla pittura alla scultura all'architettura, come mezzo di comunicazione morale e di perpetuità ideale nelle generazioni, bisogna che ritorni quell'arte italiana, stata forza di Impero Italiano, fra le genti, anche quando l'Italia era divisa e soffriva di servitù straniera, e che si è formata in un travaglio secolare e collettivo, in cui lo stesso genio era legato alla forza comune di tutti gli artisti.
    Quando quest'arte c'è, quando essa tocca le vette, essa ha del divino. Lo ha detto ieri l'altro il Santo Padre quando, con parole toccanti e rivolte a tutto il mondo, e che tutto il mondo intenderà, perché tutto il mondo deve curvarsi all'ammirazione di quest'arte italiana, ha potuto esclamare : " E' piccolo questo territorio, ma il Papa osa dire che è il più grande del mondo, quando vi è un colonnato del Bernini, una cupola di Michelangelo, tesori di scienza nei giardini e nella biblioteca tesori d'arte nei Musei e nelle Gallerie…".
    E' suonata un'ora anche per gli artisti. Lascino la ricerca misera e dispettosa delle piccole e trite originalità, curate e valutate soltanto nelle gare dei cenacoli e nella mutevolezza delle mode, ma che rapidamente tramontano e scoloriscono nel più breve flusso del tempo. Lascino la ricerca gelosa e personalistica della novità tecnica, che riduce l'arte al tentativo, al frammento, all'incompiuto, e quindi per rapida degenerazione, al capriccioso, al deforme, al mostruoso.
    C'è davvero, da anni, una vita nuova, tutta italiana, nella quale ciascuno di noi che ha non poco vissuto, ha mutato, s'è rifatto, ha punito e spogliato se stesso, s'è rinnovato con pena e con diletto, per essere degno delle ore che viviamo.
    Non possiamo credere di cadere, come certo estetismo in ritardo va sussurrando, in una bestemmia artistica, se domandiamo che gli artisti ci diano i segni di bellezza di questa vita, ch'è il nostro tormento la nostra gioia.
   
                                                                                           R. FORGES DAVANZATI

<< Indice dell'Almanacco 1930