Virgilio MARCHI       Revisione e Aggiornamento

     Questo articolo panoramico fa parte dei Capitoli del Libro "Italia Nuova Architettura Nuova" di Virgilio Marchi, che verrà lanciato nella prossima primavera per i tipi di Franco Campitelli di Foligno. Alla gentile concessione dell'autore e dell'editore dobbiamo la primizia.

     Al momento di consegnare la raccolta di scritti all'editore m'è venuto in mente di rivedere il Quadro della capacità architettonica, tracciato nel primo volume. D'altronde, in pochi anni le questioni sull'architettura si sono fatte così vive che al momento presente ci troviamo in pieno fermento. Le cose sono cambiate non poco da quando riunii in una rapida sintesi - da molti riconosciuta esatta - lo stato attuale delle condizioni architetturali. Non è a dire però che il "quadro" abbia perso di valore. Tutt'altro. Esso può anch'oggi rimanere intatto.
     Gli architetti primitivi ed empirici esistono: tuttavia non è dato incontrarne per le vie delle capitali, si capisce; nati dal canto della loro terra fan bene a se stessi e alle rozze arti a rimanere dove si trovano.
     I classici o maestri inutile dirlo, vivono la loro perenne vita, e lo stesso i "fantasiosi" di "storici e filosofi" ce n'è a josa e ringraziamone in parte la letteratura. I "tecnici e industrialisti" ci sono e ci vogliono. Di "tradizionalisti o provincialeschi" pure ve n'è un reggimento valente che restaura, dirada, ripristina, demolisce ed ostruisce, contempla, discute, si ferma, indaga e ricostruisce.
     Di "eclettici" non si parli: la situazione stessa professionale moderna porta all'eclettismo. Il "germanismo" tende a sgrovigliarsi e, in questo caso, la questione è da discutere, lo si vede, il "futurismo".
     Restando il prospetto nella sua linea generale e nella forma più densa rimane di vedere con brevità la piega presa in quest'anni, velocemente. Al precipitare degli avvenimenti architetturali ha influito il momento storico : la rivoluzione fascista. Di fatto, se il "Germanismo"è andato a un dipresso dall'anteguerra all'occupezione delle fabbriche, solamente dopo l'avvento del fascismo abbiam visto propendere verso una nuova romanità di motivi. S'intenda che questa romanità non è intesa come classicismo puro chè, allora, saremmo ricaduti nel "neo" precedente, ma come una energica ispirazione dove il motivo decorativo - molto spesso derivato diretto dal rudero o dal frammento del frammento del frammento - si sposa alla più leggera costruttività delle nascoste ossature.
     In sostanza questo motivo, ove sia, non ha che funzioni di ornato illustrativo analoghe a quelle accennate parlando del motivo araldico nel capitolo ottavo. Questa tendenza non possiamo chiamarla "classica" perchè non ha fissato canoni di perfezione grammaticale e somiglia piuttosto a un barbarismo più celebrale che istintivo chè, in questo tempo, nessuno ignora, anzi predilige le comodità razionalistiche e la casa internamente comoda e signorile; ne' possiamo chiamarla "neo classica" perché non riprende vecchi motivi ma li rielabora liberamente. La potremmo definire - se il definire non fosse prematuro - un "classicheggiare in libertà" o meglio ancora (si permetta l'invenzione del verbo: è un debole futurista l'invenzione delle parole) un "classicare in libertà". Fatto è che essa tendenza, rimaneggiando, sembra aver soppiantato quella che sembrava sino a poco tempo fa la tendenza erede diretta della romanità e cioè quel barocco tradizionale che appunto per i motivi addotti sopra si trova a divenire da "romano" nel senso ampio e pontificale "romanesco" nel senso vernacolo e provinciale.
     Che il "classicare" si scinda in caratteri più o meno romani ciò non infirma la comune volontà della tendenza, che è quella di una vera e propria fisonomia di ricerca. Alla quale volontà risponde pure l'altra tendenza cosiddetta "razionalista".
     Il razionalismo vagheggia un suo carattere. I razionalisti erigono a principio la ragion pratica della costruzione.
     I ragionamenti pratici conducono a forme essenziali di necessità logica, quindi appartenenti ad una loro estetica particolare (fisonomia) perché logici. Non v'è chi non veda, come è stato spiegato altrove, l'analogia col primo razionalismo futurista che non poteva da solo accontentare i futuristi in quanto artisti e lirici. I problemi dell'urbanesimo e dell'accentramento hanno in particolare suscitato questa tendenza. Essendone lo sviluppo partito dall'estero - ove ha trovato i suoi zelatori - ci giunge per riflesso di marca francese a cui può giovar solo portare il problema sul piano futurista della liricità : dal carattere di una fisonomia ossea e meccanica a quello di una fisonomia parlante. Tratti esteriori di questo razionalismo sono: il cubismo occasionale, pieni disadorni, ampiezza di vuoti, e solitudine dei piccoli buchi, trasparenza fredda, inesorabilità del massiccio, d'onde : aspetto di trappola e di gabbia, di scatola, di plico, di sbarra, di pacco, analogia con cose ed oggetti parallelepipedi non appartenenti al mondo dell'edilizia.
     Ne nasce che il porre un parallelepipedo accanto a un altro, un cubo in prossimità di altri due combina una sorta di giuoco da cui si vede palese lo sforzo (nobilissimo del resto) di condurre verso l'arte un fatto che artistico non può essere perché non nato dalle ragioni interiori che presiedono alla origine dell'avvenimento artistico. Risulta d'altra parte che se non si giunge all'arte si arriva per lo meno a quel buon gusto che è prodotto sempre di certa eleganza di forme d'innata semplicità e dello sforzo di combinare a freddo elementi con elementi.
     Siccome il giuoco è un po' come quello del bambino promettente e talentoso che adegua la serie dei giocattoli cubici alle necessità di un mondo di pupazzi dalle esigenze ch'egli suppone quelle stesse, reali, del nostro mondo adulto, si vede che appunto i popoli giovani - la Boemia ad esempio - facciano gran conto del gioco che non è ancora voce dello spirito né invenzione; o che altri nell'intento premeditato di spingersi avanti ad ogni costo lo trovino adatto; mentre i maestri, volti al paragone terribile del passato, accettino con diffidenza queste prove.
     Ora, tali prove, per noi futuristi italiani (demolitori delle imitazioni insulse ma tradizionalisti quando affermiamo di voler continuare la tradizione "creativa" e non meramente riproduttiva) non possono essere che esperienze utili a farsi e a sapersi, per servircene - ove occorra - quale strumento per eternare la nostra intima musica.
     Conclusione :
L'architettura odierna presenta un aspetto trino che possiamo definire (mi si permetta ancora una volta l'invenzione di un accozzo di parole) con questo incontro singolare di tre vie: "futur-classico-razionale".
     Ora, accade che chi giunga da una strada adocchi colui che viene da un'alra di modo ch'è sovente il caso che, dal riconoscere la necessità di una nuova faccia dell'architettura da creare, chi fa il razionale inavvedutamente cada nella licenza "classicante" o chi classica sai trovi suo malgrado nella padella razionalista. Dal che nasce una considerazione d'indole generale e alquanto confortevole, e cioè: una viva, generale e indubbia tenacia di raggiunger l'alto scopo di dare maggiore caratteristica all'architettura di un domani più prossimo possibile.
     Questo desiderio invano lo avreste cercato quando noi futuristi ci ribellammo per primi al sonno degli architetti.
    

                                                                                           VIRGILIO MARCHI

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