RAFFAELLO FRANCHI

     Ritengo che la nostra arte sia nel pieno d'una crisi benefica ma lunga. I suoi sacerdoti debbono finir di capire, non già colla parola che è facile ma nella pratica che è difficilissimo, la differenza esistente tra tradizione e accademia.
     E' grazia se a una denominazione di questo genere possa vegliare dall'olimpo un solo nome: Masaccio, il cui nome si sente invocare da Bacci a Carrà. L'era politeista sarebbe finita.
     Persino dalla bocca di molti paesaggisti che parrebbero pi ù legati alla scuola francese si riode il credo sulla fermezza delle luci italiane: pi ù precisamente, delle luci e di ciò che esse contengono, figure, monti, alberi, case. Un seme d'italianismo che non si è smarrito nemmeno nelle pi ù rischiose avventure, che in tempo di troppo lente maturazioni dentro il nostro suolo s'era fatto portare dal genio impaziente d'Amedeo Modiglioni a germogliare sotto il bacio del sole di Francia, sortendo però una pianta né impressionista ne fauve, merita di rinvigoreggiare nello spirito e nello spazio di casa sua.
     La crisi sarà pi ù lunga e, credo di poter aggiungere, le opere buone e serie che nel suo corso riusciranno a esprimersi rimarranno, fra tutte, le pi ù impopolari. Per parecchio tempo la mentalità internazionale formatasi nelle cucine cubiste ed espressioniste chiederà Masaccio e s'entusiasmerà di Roscoska.
     Ma se la crisi sarà lunga, saranno conforto al ritardo della risoluzione in gloria le mode, quelle che lungo i cammini dell'arte son facili a cogliere come more di macchia.
     Qualunque pittore, nei disegni candidati alla lacerazione, adombra talvolta una sensibile sguerguenza. Coglierla, e fondarvi sopra un'effimera estetica può far piacere cosė come, camminando fuori di porta, succhiare un duro di menta o mangiare un pan di ramerino.
    


                                                                                           RAFFAELLO FRANCHI

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